di Giorgio Vacchiano
Recensione del libro "L’albero d’oro. Una storia vera di avidità e follia", di John Vaillant (Iperborea).
È strano, per me, usare la parola "sacrificare" per parlare del taglio di un albero, ed è ancora più strano usarla su questa rivista.
Ma la prima volta che arrivai alle Haida Gwaii (un arcipelago canadese al largo della provincia della Columbia Britannica, nell'Oceano Pacifico n.d.r.) ebbi la sensazione di entrare in un luogo in cui mare e foresta fossero una cosa sola. L’oceano penetrava tra le isole, portava nebbia e pioggia, alimentava alberi di dimensioni quasi inconcepibili. La foresta arrivava fino alla battigia e il suo margine sembrava continuare sott’acqua. Era difficile capire dove terminasse un mondo e cominciasse l’altro.
Ricordo il mio primo incontro con un orso, la luce filtrata dalle chiome dei cedri e degli abeti di Sitka, il legno intriso d’acqua, la presenza continua del mare. Ma soprattutto ricordo il primo incontro con il popolo Haida e con una storia nella quale alberi, canoe, villaggi e persone non potevano essere separati. La foresta vetusta che nasconde i villaggi decimati dall'arrivo degli europei, con solo i totem di legno in piedi a conservarne il ricordo, era il luogo materiale della memoria e dell’identità.
Per questo ho letto "L’albero d’oro - una storia vera di avidità e follia", di John Vaillant, con una partecipazione particolare. Pubblicato originariamente nel 2005 e finalmente tradotto in italiano, il libro racconta la storia di "Kiidk’yaas", il grande abete di Sitka dalle foglie dorate che cresceva lungo il fiume Yakoun. La sua colorazione dipendeva da una rarissima mutazione genetica che riduceva fortemente la clorofilla negli aghi. Una condizione che avrebbe dovuto rendere quasi impossibile la vita di un albero e che, invece, conviveva con dimensioni monumentali e almeno tre secoli di esistenza. Per gli Haida, tuttavia, Kiidk’yaas era molto più di un’eccezione botanica. Era un albero sacro, legato alla storia orale del popolo e alla sua presenza nelle isole.
Il 20 gennaio 1997 Grant Hadwin, ex boscaiolo e tecnico forestale, attraversò a nuoto le acque gelide dello Yakoun portando con sé una motosega. Incise profondamente il tronco e lasciò che fosse il vento, due giorni dopo, a completare l’abbattimento. Dichiarò di averlo fatto per protestare contro la distruzione delle foreste primarie della Columbia Britannica. Poi venne un processo, un caso mediatico, una fine terribile e misteriosa.
Vaillant parte da questo gesto e costruisce un’inchiesta che si allarga progressivamente. Racconta l’ecologia delle foreste pluviali temperate, la colonizzazione europea, la cultura Haida, l’industria del legname canadese e la progressiva meccanizzazione delle utilizzazioni. Descrive uomini capaci di leggere il bosco con straordinaria competenza e, nello stesso tempo, radere al suolo in pochi giorni ecosistemi formatisi in secoli.
Alle Haida Gwaii questa contraddizione è scritta nel paesaggio. Lo è nelle tagliate industriali e nei grandi alberi sopravvissuti, ma anche nelle canoe semilavorate che ancora si incontrano nel bosco. Tronchi di cedro rosso abbattuti e scavati, poi abbandonati prima che il lavoro fosse concluso, a causa delle epidemie di vaiolo portate dagli Europei negli anni Sessanta dell’Ottocento. Lo è nell'isola di Athlii Gwaii, dove nel 1985 le anziane e i capi ereditari si sdraiarono su una strada forestale per fermare l’avanzata delle utilizzazioni. Le immagini di quella protesta non violenta cambiarono il dibattito canadese sui diritti dei popoli indigeni e sulla conservazione delle foreste.
È in questo contesto che il gesto di Hadwin appare ancora più tragico. Nella sua mente sembra essersi spezzato l’equilibrio che ogni forestale dovrebbe cercare fra gestione e conservazione. Hadwin non riusciva più a immaginare una forma di uso della foresta che non coincidesse con la distruzione, né una conservazione capace di incidere davvero sul sistema industriale. Il suo gesto voleva denunciare l’ipocrisia di salvare un solo albero mentre migliaia di ettari di foresta vergine venivano tagliati intorno a esso. Ma, per dimostrarlo, sacrificò un essere irripetibile e ferì profondamente un popolo che aveva già pagato un prezzo enorme alla colonizzazione. È questa contraddizione, più ancora del mistero biografico, a rendere il libro necessario.
Vaillant non assolve Hadwin, ma evita anche di ridurlo alla comoda etichetta di ecoterrorista o di folle. Ne mostra il talento, la lucidità, le ossessioni e la progressiva perdita di contatto con gli altri. Ci obbliga così a sostare in una zona scomoda: quella in cui una denuncia può essere fondata, mentre il gesto compiuto in suo nome rimane ingiustificabile.
L’albero d’oro dovrebbe essere letto da tutti i forestali. Perché mostra che gestire significa decidere quali sono le relazioni tra la foresta e le persone che non bisogna spezzare. Significa riconoscere che uno stesso albero può essere contemporaneamente organismo vivente, habitat, risorsa economica, archivio genetico, monumento, antenato e parte dell’identità di un popolo. Fra questi estremi si trova il lavoro più difficile della selvicoltura: usare senza impoverire, intervenire senza cancellare, conservare senza separare la foresta dalle comunità che ne vivono. Nessun piano può essere davvero sostenibile se considera soltanto una di queste dimensioni. Non esiste una formula valida ovunque. Esistono conoscenza ecologica, prudenza, ascolto, memoria e anche emozioni viscerali.
PS - John Vaillant è anche l’autore di "L’età del fuoco", lo splendido reportage sull’incendio che nel 2016 investì Fort McMurray, la città canadese cresciuta grazie allo sfruttamento delle sabbie bituminose. Anche quel libro dovrebbe stare nella libreria di ogni forestale.
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