di Riccardo Guarino e Rosario Schicchi
Il ceduo è una forma storica di relazione tra bosco, paesaggio e società. Nel contesto mediterraneo, e siciliano in particolare, osservarlo attraverso la lente della flora significa andare oltre giudizi semplificati e confrontarsi con assetti territoriali complessi, che richiedono interpretazioni radicate nella storia ecologica e nelle specificità locali.
Il ceduo è una forma di governo del bosco.
Per un forestale, questa affermazione è quasi banale; per un botanico, invece, può diventare l’inizio di una riflessione più ampia: come cambia la flora in un bosco ceduo? Quali specie trovano condizioni favorevoli nelle diverse fasi del turno? Quali comunità vegetali sono favorite, mantenute, trasformate o escluse? E che cosa accade quando una forma storica di gestione viene abbandonata, modificata o sostituita da altre opzioni?
Scriviamo da botanici ed ecologi della vegetazione, non da esperti di gestione forestale. Il nostro punto di vista è quello di chi legge le comunità vegetali come il risultato di una lunga interazione tra clima, suolo, disturbi naturali, pratiche agro-silvo-pastorali, frammentazione, abbandono e dinamiche successionali. Da questa prospettiva, il ceduo non è né un residuo selvicolturale da superare automaticamente, né una pratica tradizionale da difendere in quanto tale. È una delle molte forme attraverso cui l’uomo ha storicamente organizzato il rapporto con il bosco, contribuendo a generare assetti vegetazionali che oggi possono avere valori ecologici, floristici, paesaggistici e culturali molto diversi a seconda dei contesti.
La prima cautela è quindi evitare le scorciatoie interpretative. Non esiste una lettura floristica del ceduo valida sempre e ovunque. In Sicilia, come altrove, sotto la stessa definizione rientrano boschi profondamente diversi per caratteristiche ecologiche e storia gestionale. Soprattutto, esistono paesaggi nei quali il ceduo è una tessera tra molte altre: pascoli, praterie secondarie, garighe, macchie, coltivi tradizionali, rimboschimenti, aree percorse dal fuoco, lembi di bosco maturo, arbusteti di ricolonizzazione. Per la flora, tutte queste differenze contano.
Una delle caratteristiche più interessanti del ceduo, vista con gli occhi dell’ecologo della vegetazione, è la sua dimensione temporale. Un bosco ceduo è una sequenza di fasi: il taglio, il ricaccio dei polloni, la progressiva chiusura della copertura arborea, l’accumulo di lettiera e, in alcuni casi, l’abbandono o la conversione producono condizioni ecologiche che variano nel tempo.
In termini floristici, ciò significa che la composizione del sottobosco non è necessariamente stabile. Le prime fasi dopo il taglio possono favorire specie eliofile, di orli boschivi o delle radure. Con la progressiva chiusura della copertura arborea, le condizioni diventano favorevoli alla flora nemorale, più tollerante l’ombra e più strettamente legata agli ambienti forestali. Nelle fasi più mature o invecchiate, il sistema può assumere assetti ancora diversi, non sempre riconducibili a un semplice “aumento di naturalità”.
Queste vicissitudini floristiche non devono essere interpretate automaticamente come vantaggiose o svantaggiose per la biodiversità. Sono un fatto ecologico, il cui valore dipende da quali specie e quali habitat vogliamo conservare, dalla scala a cui osserviamo il paesaggio e dalla storia del sito. Un’apertura temporanea può essere negativa per alcune componenti del bosco e positiva per altre. Una chiusura prolungata della copertura può favorire alcune specie forestali e ridurre la frequenza di altre, soprattutto quelle legate a condizioni di luce diffusa o dipendenti dal disturbo.
La questione diventa ancora più rilevante quando si passa dalla singola particella forestale al paesaggio. Un territorio in cui coesistono particelle cedue di età diversa può funzionare come un mosaico eterocronico: nello stesso ambito spaziale sono presenti fasi giovani, intermedie e mature, ciascuna con condizioni microambientali e floristiche differenti. Dal punto di vista della biodiversità vegetale, questa eterogeneità può avere un ruolo importante, soprattutto in paesaggi nei quali radure, pascoli e ambienti aperti tradizionali sono in regressione.
Naturalmente, ciò non significa che ogni mosaico prodotto dalla ceduazione sia di per sé positivo. Gli esiti dipendono dal modo in cui si interviene, dalle condizioni del sito e dal paesaggio nel quale il bosco è inserito. Proprio per questo occorre valutare caso per caso.
In gran parte d’Europa, soprattutto nell’Europa mediterranea, parlare di “bosco naturale” richiede cautela. Qui il termine “naturale” non viene inteso in senso selvicolturale, come bosco di origine naturale, né come riferimento a foreste vergini o prive di influenza antropica, condizioni ormai eccezionali nel paesaggio europeo. È usato piuttosto con riferimento a comunità vegetali la cui composizione e dinamica sono prossime a quelle attese nelle condizioni ecologiche del sito. Anche questo riferimento, tuttavia, non è univoco: all’utopica vegetazione naturale potenziale (PNV), concepita come stadio finale e stabile di un ecosistema (climax), quando le piante raggiungono un equilibrio perfetto con il clima, il suolo e l'ambiente locale, senza l'aiuto o il disturbo dell'uomo, l’ecologia vegetale ha da tempo affiancato concetti più realistici, come “vegetazione potenziale adattata al sito (PSV)”, che considera le trasformazioni del sito prodotte durante la successione, e “vegetazione potenziale di sostituzione (PRV)”, riferita a comunità vegetali relativamente stabili e compatibili con determinati regimi di uso, gestione o disturbo antropico.
Nei paesaggi mediterranei queste distinzioni sono particolarmente importanti, perché la storia ecologica è intrecciata da millenni con quella delle società umane. La flora conserva le tracce di questo intreccio. La composizione floristica del bosco racconta più della sola struttura arborea. Un bosco può apparire chiuso e “maturo” dal punto di vista fisionomico, ma conservare nel sottobosco tracce di precedenti condizioni di maggiore apertura. Al contrario, un’area oggi aperta o arbustata può rappresentare la fase temporanea di una dinamica forestale in corso, oppure il risultato relativamente stabile di disturbi ricorrenti.
Il carattere “sostitutivo” di una comunità vegetale non implica necessariamente degradazione o minore valore naturalistico: praterie secondarie, arbusteti e anche habitat forestali di diversa struttura e forma di governo possono conservare un elevato interesse ecologico e conservazionistico proprio grazie alla gestione da parte dell’uomo. Ciò riporta alla necessità di saper leggere la storia ecologica dei territori mediterranei, intrecciata da millenni con quella delle società umane.
La domanda, allora, non dovrebbe essere: la ceduazione è un fatto positivo o negativo? Le domande più utili sono: quale ruolo ha avuto la ceduazione, in un determinato territorio, nel mantenere o trasformare determinate comunità vegetali? Quali habitat sono stati sostenuti da un mosaico di fasi diverse? Quali effetti produce oggi l’interruzione della gestione in un paesaggio in cui sono cambiati anche pascolo, regime degli incendi, agricoltura, fauna selvatica e pressione antropica?
Una lettura floristica del bosco ceduo può contribuire ad evitare un equivoco frequente: identificare il valore naturalistico del bosco soltanto in base alla presenza di specie strettamente nemorali. Queste sono certamente importanti. Le specie sciafile, le geofite primaverili, le felci e le specie legate a suoli profondi e lettiere ben strutturate possono indicare continuità ecologica, stabilità microclimatica e qualità ambientale. Ma nei paesaggi mediterranei una parte significativa della biodiversità vegetale si concentra anche in ambienti aperti e semiaperti la cui persistenza è spesso legata a disturbi periodici.
Non tutte le specie di ambienti aperti hanno lo stesso valore conservazionistico e non tutte le aperture sono desiderabili. In alcuni casi, l’apertura della copertura arborea può favorire specie comuni ed ecologicamente generaliste, entità nitrofile, invasive o legate ad ambienti frequentemente disturbati. In altri, può consentire la persistenza di specie rare di prateria, di orlo o di mantello che scompaiono quando il bosco si chiude in modo uniforme.
Dire “più bosco” non equivale necessariamente a dire “più biodiversità”, così come dire “più apertura” non equivale necessariamente a dire “più valore ecologico”.
La qualità dipende dalle specie, dalle comunità, dai processi e dagli obiettivi di conservazione. I tre esempi siciliani che seguono possono aiutare a comprendere quanto sia inopportuno parlare di ceduo al singolare.
Un primo esempio è quello dei castagneti dell’Etna, dei Nebrodi, dei Peloritani e di alcuni settori delle Madonie. Come in molte altre aree castanicole italiane, la loro configurazione attuale è profondamente legata alla storia rurale dei territori montani. Indipendentemente dal discusso status originario del castagno in Sicilia, la specie è stata coltivata e favorita per secoli dall’uomo, sottraendo spazio a faggete, querceti caducifogli, leccete e cerrete acidofile. Dal punto di vista floristico-vegetazionale, il castagneto non è un bosco “naturale”, ma neppure una semplice coltura arborea. È piuttosto un sistema intermedio, nel quale le dinamiche spontanee e la storia della gestione concorrono a determinarne composizione e struttura. La struttura del soprassuolo, l’età dei polloni, l’ombreggiamento, la consistenza della lettiera e il grado di abbandono condizionano profondamente il sottobosco. Dove la copertura mantiene una certa discontinuità possono persistere geofite e altri elementi degli ambienti ecotonali, mentre localmente può espandersi la felce aquilina; quando la cessazione della gestione determina l’addensamento del soprassuolo e l’ingresso di altre specie arboree e arbustive, il sottobosco si modifica e può, in alcuni casi, impoverirsi floristicamente.
La domanda, pertanto, non è se il castagneto sia un “vero bosco” o una “coltura”, ma quale diversità vegetale mantenga oggi e quali processi si inneschino quando cessano le pratiche che lo hanno generato. Il progressivo deperimento dei cedui castanili siciliani è oggi riconducibile soprattutto all’abbandono, inteso come prolungata interruzione della gestione, con il conseguente invecchiamento dei polloni e la trasformazione strutturale dei soprassuoli. Il quadro è ulteriormente aggravato dai consistenti attacchi di patogeni fungini e dagli stress climatici, i cui effetti risultano più marcati proprio nei soprassuoli così invecchiati e strutturalmente modificati.

Ceduo di castagno attaccato da Cryphonectria parasitica (Madonie, Sicilia). Foto: R.Schicchi
Un secondo esempio riguarda i querceti caducifogli montani e submontani. Sui principali rilievi della Sicilia settentrionale e interna, questi boschi sono inseriti in mosaici nei quali formazioni forestali si alternano a pascoli e altri ambienti aperti o in ricolonizzazione.
In tali contesti, il ceduo non dovrebbe essere valutato esclusivamente alla scala della particella forestale. La compresenza di tessere diverse può mantenere una varietà di microambienti che una chiusura boschiva uniforme potrebbe ridurre. Ma su versanti acclivi, suoli superficiali o aree vulnerabili all’erosione, utilizzazioni troppo intense o mal condotte possono produrre effetti ecologici negativi anche rilevanti. Ancora una volta, non conta la categoria gestionale, ma il contesto nel quale essa si inserisce.
Un terzo esempio è offerto dalle leccete, che in Sicilia occupano contesti ecologici e stazionali molto eterogenei.

Ceduo di leccio sul versante settentrionale di Rocca della Busambra (Ficuzza, Sicilia). Foto: G. Mei
Nelle leccete, l’apertura del piano delle chiome può avere effetti ambivalenti: può favorire la flora degli ambienti mediterranei aperti e semiaperti, che difficilmente persiste sotto una copertura arborea densa, ma nelle stazioni più xeriche e vulnerabili può accentuare lo stress e i processi di degradazione. Gli esiti dipendono inoltre dall’interazione tra taglio, accumulo di biomassa combustibile, incendi e ricolonizzazione arbustiva. D’altro canto, in Sicilia, neppure la lecceta a fustaia matura è automaticamente sinonimo di qualità ecologica. Quest’ultima è il risultato di una specifica storia d'uso che può amplificarne la ricchezza floristica o, al contrario, accelerarne il collasso verso forme di degradazione estrema, ove neppure la cessazione delle attività antropiche e del pascolo brado di suini, tuttora praticato su vaste estensioni dei Nebrodi, può garantire il pieno recupero della funzionalità ecologica e del valore naturalistico.
Da un punto di vista floristico-vegetazionale, il rapporto tra ceduo e conservazione degli habitat non può essere risolto attraverso giudizi semplicistici. Ogni scelta gestionale deve essere valutata rispetto agli obiettivi perseguiti alla scala del sito e del paesaggio; nelle aree tutelate, ciò significa considerare anche gli specifici obiettivi di conservazione. Una scelta può essere utile in un contesto e inopportuna in un altro: la gestione attiva non è sempre una minaccia, così come la non gestione non rappresenta sempre una garanzia di conservazione. È un principio generale, valido indipendentemente dal regime di tutela e dunque anche nei siti della Rete Natura 2000.
Nel dibattito pubblico, e talvolta anche in quello tecnico, la fustaia è percepita come la forma più “evoluta” del bosco, mentre il ceduo è spesso associato a una condizione produttiva, semplificata, transitoria o degradata. Questa gerarchia simbolica ha radici storiche e culturali comprensibili, ma può diventare fuorviante quando viene applicata senza distinguere i contesti. Dal punto di vista floristico, gli effetti della gestione dipendono dalle caratteristiche del bosco e l’evoluzione verso strutture più chiuse e uniformi non produce ovunque gli stessi effetti.
Anche l’abbandono gestionale va letto con la stessa cautela. Non intervenire è una scelta possibile, talvolta necessaria, ma non è un esito ecologicamente neutro: modifica nel tempo l’ambiente forestale e la composizione floristica. In certi contesti questi processi possono essere coerenti con gli obiettivi di conservazione; in altri possono determinare la perdita di componenti floristiche legate alla lunga storia degli usi tradizionali.
Nel Mediterraneo, e in Sicilia in particolare, è indispensabile una competente lettura del bosco nel suo contesto ecologico e storico. I paesaggi vegetali riflettono una lunga storia di interazioni tra processi naturali e attività umane; questa storia deve essere considerata anche nella valutazione del loro valore conservazionistico.
In questa prospettiva, il ceduo può assumere significati ed effetti diversi secondo il contesto e gli obiettivi. Forse è proprio questo il punto da cui ripartire: non etichettarlo a priori, né in senso positivo né negativo, ma considerarlo una forma di governo cui possono corrispondere specifiche vegetazioni potenziali di sostituzione e chiederci che cosa produce, che cosa conserva, che cosa trasforma e che cosa rischiamo di perdere quando lo giudichiamo senza guardare abbastanza da vicino la vegetazione che lo accompagna.
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